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Mordere il Mondo e The Post Internazionale iniziano il viaggio su Radio Radicale

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A detta di Valeria Manieri, collaboratrice di Radio Radicale, e Giulio Gambino, fondatore di The Post Internazionale e collaboratore de l’Espresso da Londra, non poteva essere altrimenti: Mordere il Mondo è lo spazio naturale dove l’informazione sull’attualità internazionale fatta da giovani esperti e appassionati può incontrare le storie di una generazione errante.

Pagina a cura di Sarah De Pietro*

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Riprende la collaborazione fra Radio Radicale e The Post Internazionale con Mordere Il Mondo: questa volta andiamo in Kenya.

Puntata 7 – Riprende la collaborazione fra Radio Radicale e The Post Internazionale con Mordere Il Mondo: questa volta andiamo in Kenya. Dagli studi di Radio Radicale Valeria Manieri e in collegamento da Nairobi, Ernesto Clausi, classe 1979. Nato e cresciuto in Italia, è alle prese con la sua seconda permanenza per un lungo periodo nel paese del Corno d’Africa. (Ascolta la puntata).

Dal 2008 grazie alla sua formazione di analista politico internazionale sui temi della sicurezza (terrorismo/sicurezza energetica e marittima), viaggia tra Medioriente ed Africa. Collaboratore per The Post Internazionale, per Centro Studi Internazionali e alcune testate locali, Ernesto Clausi ci racconta perchè il 2013 sarà un anno cruciale per la stabilità del Kenya. Paese alle prese con una politica piuttosto frammentata, tra interessi delle varie tribù e fermenti separatisti sulla costa keniota. A breve le elezioni politiche ci consentiranno di ipotizzare come saranno i prossimi anni del paese e se l’ambizioso progetto ‘2030 Vision’, un programma di importanti riforme e cambiamenti strutturali concernenti l’economia la politica e la società, potrà essere portato a compimento.

Come si evince dall’intervista, il Kenya, non è solo come ci viene raccontato dai media nostrani, colonia di turisti italiani dai caftani bianchi a Malindi, ma un terreno fertile anche per potenze come la Cina e l’India e paese dai molti sogni nel casetto: una silincon Valley in progettazione è oggi al centro delle attenzioni di aziende internazionali.

Puntata 6 – In studio Valeria Manieri (Radio Radicale). Ospite della puntata Giulio Gambino, ideatore del “thepostinternazionale.it”. Agomenti della puntata: economia, società, violenza e sviluppo dell’elefante indiano. www.radioradicale.it / www.thepostinternazionale.it

 Puntata 5 – La Riscossa Argentina. Questa settimana abbiamo raggiunto con “Mordere Il Mondo” l’America Latina, in particolare l’Argentina. In collegamento da Buenos Aires Federico Larsen, laureando in giornalismo, insegnante di storia e cultura italiana presso l’istituto di cultura italiana della Plata nei pressi della capitale argentina e collaboratore di The Post Internazionale. Inevitabile che il tema dominante della puntata sia un “salto” che va dal 2001, inizio della crisi economico finanziaria e sociale argentina, a oggi e i profondi cambiamenti che hanno attraversato questo Paese.

Un Paese che ha sfiorato la soglia del 50 per cento di persone sotto la soglia della povertà, che ha privatizzato tutto il vendibile e che si è ritrovato a dichiarare il default e la propria insolvenza appena dieci anni fa. In seguito a grandi riforme di stampo sociale, l’Argentina è riuscita ad abbattere quella percentuale di poveri di quasi 50 punti ed è diventata interlocutore importante sia per gli Stati Uniti che per l’Europa.

Un Paese guidato da una donna, Cristina Fernández de Kirchner, che vede grandissime contraddizioni sotto il profilo dei diritti civili: in Argentina i matrimoni gay sono permessi, ma le donne non possono abortire legalmente. Azzardato, ma utile, un confronto tra la crisi europea e quelle argentina, che vede cause diverse e soluzioni per molti versi opposte. Ascolta la puntata.

Puntata 4 Questa settimana torniamo in Europa, da Barcellona diamo il benvenuto ad Angelo Attanasio, trentenne che vive da quasi 3 anni a Barcellona, freelance collaboratore di The Post Internazionale e di El Pais, specializzato in Affari Internazionali. (Ascolta la puntata).

Spagna: una crisi da vincere al casinò

Questa settimana torniamo in Europa, da Barcellona diamo il benvenuto ad Angelo Attanasio, trentenne che vive da quasi 3 anni a Barcellona, freelance collaboratore di The Post Internazionale e del El Pais, specializzato in Affari Internazionali. Valeria Manieri e Angelo Attanasio analizzano in breve oggi il periodo critico che sta vivendo la Spagna, concentrandosi soprattutto sulla disoccupazione giovanile e sulle possibilità di rilanciare un economia in bilico.

In Spagna, la crisi economica continua a richiedere nuovi stanziamenti, manovre finanziarie e tagli alla spesa pubblica: le misure adottate che inizialmente sembravano risolutive, si sono poi rivelate insufficiente. L’argomento più citato quando si parla di Spagna è proprio il dato sulla disoccupazione giovanile. Secondo Angelo Attanasio il dato che più fa paura è il tasso arrivato al 26 % complessivo, di cui sono vittime soprattutto i giovani (56%). Non c’è un idea chiara di come uscire da quest’empasse: a dominare la scena c’è solo molto attendismo; sembra sempre che si speri, ingenuamente, che l’Europa tiri via la Spagna dalle sabbie mobili. Non c’è un progetto, ne una reale iniziativa per risolvere i problemi.

Parlando di attese e di Europa uno degli argomenti più diffusi è quello delle banche, all’origine di vari problemi economici spagnoli e le tranche di aiuti che si spera avere dall’Europa. Su questo il governo Rajoy si è impegnato in prima persona. Ma quanto la “crisi del credito” ha influito sul benessere dei cittadini spagnoli? Rajoy durante tutto l’anno ha negato la necessità di un salvataggio delle banche da parte dell’Europa, fino alla settimana scorsa quando si è trovato costretto a richiedere un iniezione di 37 miliardi di euro. (Richiesta agevolata anche dall’assenza delle elezioni regionali.)

Le Banche, che più hanno risentito della speculazione immobiliare, sono sull’orlo del fallimento e rappresentano davvero bene il passaggio spagnolo dal boom economico dell’ultimo ventennio alla crisi economica che la sta affossando. Il credito al consumo è bloccato: non ci sono prestiti ne per famiglie ne per imprese da parte delle banche. Non solo le banche sono state in un passato troppo generose ma lo era stato anche il welfare per quel che riguardava i sussidi di disoccupazione, altro tema connesso alla problematica della disoccupazione dilagante. I sussidi generosi hanno causato però la proliferazione del mercato nero.

Sono stati eliminati o ridotti diversi aiuti come quello basico agli occupati di lungo corso anche se i tagli si sono concentrati soprattutto nel settore dell’educazione e della sanità. Come questa larga fetta di spagnoli viene allora assistita? Anche se il sussidio gli costa risorse non indifferenti, rimane comunque l’unica soluzione per mantenere l’ equilibrio, sempre più instabile, della pace sociale. I settori in cui la Spagna potrebbe investire per cambiare questo trend preoccupante e per impedire la totale fuga dei giovani cervelli, sono la ricerca e lo sviluppo scientifico che con la crisi sono stati cassati dal governo Rajoy. Quali investimenti sono stati pianificati per far uscire la Spagna dalla crisi?

Adelson, magnate americano proprietario del gruppo, ha cercato di trarre vantaggio dalla seria situazione economica in cui versa la Spagna progettando un grande centro del gioco d’azzardo fuori Madrid (pianificato da Las Vegas Sands Corporation, la più grande compagnia di casinò al mondo), progetto di circa 18 miliardi di euro e la costruzione di un complesso alberghiero con casinò nei pressi di Tarragona uno a 100 km da Barcellona.

Campagna regione lazio

Ma davvero la ripresa economica in Spagna deve passare per lo stesso meccanismo che l’ha condotta sul lastrico? I controlli poco rigorosi che caratterizzano questi settori comporterebbe l’aumento della prostituzione dei traffici illeciti e il movimento di cospicui capitali di origine criminali con il conseguente rischio di cadere nel riciclaggio. Inoltre i posti di lavoro tanto decantati sarebbero di basso profilo e il progetto risulterebbe poco stimolante e innovativo da un punto di vista culturale e sociale per il paese. I cervelli che la Spagna sta maggiormente perdendo oggi sono le persone che hanno un’alta preparazione accademica, come gli ingegneri fortemente richiesti dalla vicina Germania.

Durante l’epoca più fiorente l’abbandono dell’istruzione è stato altissimo: attratti dall’idea di arricchirsi facilmente, con l’aumento dei posti di lavoro nei cantieri edili o nelle industrie che producevano mobili, diversi giovani abbandonarono la scuola. Questi stessi giovani, che rappresentano una larga fetta dei disoccupati, si trovano oggi senza studio e senza lavoro. Ma allora date le condizioni critiche odierne un giovane italiano rimane comunque lì? Nell’ambito giornalistico già problematico, la crisi ha influito non poco; eppure nonostante il contesto difficile e spesso demotivante il fermento culturale a Barcellona non si è affatto spento.

Puntata 3 – Dalla strategia “zero problemi con i vicini” alla Turchia ombelico del mondo. Nella puntata numero tre torniamo in Medio Oriente con Cristoforo Spinella, giovane giornalista ventottenne collaboratore sia di The Post internazionale che di numerose testate come Pubblico, Left, Il Venerdì di Repubblica, già collaboratore per l’Ansa da Parigi e da Ankara. Questa volta siamo in Turchia, a Istanbul, dove Cristoforo Spinella vive ormai da oltre un anno.

Appassionato dall’universo turco già da molto tempo, vi ha messo per la prima volta piede nel 2005, attraverso il programma Erasmus. Il nostro amico giornalista sottolinea lungo tutta la puntata quanto quello turco sia un paese importante non solo per il Medio Oriente, ma anche globalmente e quanto tuttavia sia ancora vittima di una cattiva informazione e di luoghi comuni tutti da sfatare. Il sostegno alla primavera araba ha consentito una visibilità strategica ed economica offrendo un esempio di concretezza, tra le popolazioni arabe e non solo, del modello turco. I temi trattati hanno spaziato dall’emigrazione da e verso la Turchia alla nuove contaminazioni della società turca, fino a toccare argomenti complessi come il ruolo di Ankara sullo scacchiere mediorientale e il suo crescente accreditamento sulla scena internazionale.

Proprio su quest’ultimo argomento, giovedì 29 novembre, la Turchia si è dimostrata determinante nell’approvazione della risoluzione promossa dal Sudan e da altri 42 cofirmatari, in seno all’assemblea plenaria delle Nazioni Unite, che attribuisce una nuova natura giuridica alla Palestina, facendola passare ufficialmente da entità osservatrice a Stato Osservatore presso le Nazioni Unite. I grandi fautori della rinascita Turca, Erdogan e Davotoglu, anche attraverso la dottrina della “profondità strategica”, hanno rivoluzionato quelle che erano state scelte “dogmatiche” della Repubblica Turca e fatto sì che alla base si concretizzasse l’idea di un paese capace di coniugare con successo l’islam e la democrazia, la profonda religiosità e la laicità, diventando un punto di riferimento per il mondo islamico, alla ricerca di stabilità e democrazia.

Tuttavia, più di recente, la stessa apertura al mondo islamico rischia di compromettere alcune conquiste e libertà importanti ottenute precedentemente dal paese. Come sottolineano Valeria Manieri e Cristoforo Spinella, la rincorsa per l’entrata nell’Unione Europea appare, dato il quadro odierno, meno interessante rispetto ad altri possibili interlocutori. Sentimento diffuso tra i turchi sembra essere il tramonto del sogno europeo. Del resto la stasi della trattativa Ue-Turchia, sommata alla crisi e all’economia depressa del vecchio continente, rendono l’Ue davvero poco appetibile. Inoltre la Francia continua ormai a congelare cinque capitoli negoziali nel suo dialogo-non dialogo tra Unione Europea e Turchia, nonostante quest’ultima si fosse data in principio molto da fare per il processo di adesione.

L’ultimo punto trattato è l’economia turca, il suo sistema produttivo e il mercato del lavoro, tema che ci aiuta anche a capire come la Turchia sia passata dall’essere un paese di emigrazione verso l’Europa (come non ricordare la massiccia presenza Turca in tutta la Germania?) a essere meta ambita di giovani studenti europei, madre di un’ immigrazione oggi qualificata, nonché –fenomeno molto interessante- scialuppa di salvataggio per quei paesi in grave difficoltà della (ormai!) periferia europea, come la Grecia (della quale la Turchia è il IV partner commerciale). Non è un mistero infatti che ormai da tre anni la Turchia sia diventata la meta (nonostante la rivalità tra i due paesi che abbracciano il Mar Nero) di numerosi giovani greci. Un tessuto di piccole e medie imprese sparse sul territorio turco è decisamente materia interessante per gli europei così come per l’Italia stessa, che sembra non aver perso interesse per gli scambi economico-commerciali con la Turchia. Completano il quadro l’interesse di questo paese per l’High Tech e per il settore del Design, che sono di grande appeal per le nuove generazioni. L’ascolto della terza puntata è dunque davvero consigliato.

Collegamento con Tel Aviv dopo l’attacco di oggi. Clicca qui.

Collegamento con Tel Aviv  (Ascolta il podcast) Per raccontare questioni così delicate come il conflitto israelo-palestinese, prudenza e comprensione dei diversi punti di vista sono una condizione necessaria, ma spesso non sufficiente a soddisfare lettori, appassionati, o ascoltatori.

Quando il caso vuole che il giorno e l’ora in cui hai fissato un appuntamento telefonico con Alessandro Tutino, giovane studente italiano a Tel Aviv, coincida con la drammatica cronaca di un attentato nel cuore della città israeliana, le parole, perfino attraverso un mezzo come la radio, che di parole spesso ne necessita molte, diventano troppo ingombranti e quasi imbarazzate. Leggendo le agenzie, carpisci i dettagli, quelli che si devono dare, per dovere di cronaca. Spesso è altrettanto impossibile comprendere come a una esplosione di un autobus a Tel Aviv, con 21 feriti e diversi in modo grave, possano seguire le felicitazioni di Hamas.

Con questo spirito, di impotenza ma anche di curiosità, abbiamo cercato di raccontare a Radio Radicale e Mordere il Mondo, grazie ad Alessandro Tutino e con l’aiuto di Federico Petroni, (collaboratori di The Post Internazionale) le ore e i giorni bui che isrealiani, palestinesi e stranieri stanno vivendo. Abbiamo cercato di capire come una città piena di energie e molto occidentale come Tel Aviv, modifichi drasticamente, con l’emergenza, il proprio modo di vivere.

Come, seppur con una notevole differenza di mezzi tra Hamas e governo israeliano, la vita di ciascuno, quando dominata dall’emergenza e dalla paura, cambi e in che misura. Quanto diventi difficile perfino immaginare di prendere un autobus per raggiungere l’università, con il rischio di saltare in aria. In che modo i razzi palestinesi siano annunciati da sirene israeliane e come ci si possa mettere al riparo. E cosa accade invece dall’altra parte, spesso nell’impossibilità di mettersi al riparo dalle forze militari israeliane. Ci sono ragioni, storiche e spesso distruttive; c’è la ragione e il diritto a esistere da parte di Israele, negato da troppi in area mediorientale. Esiste la sproporzione di mezzi e la triste conta dei morti da parte palestinese.

Nonostante l’impegno del segretario di Stato Usa Hillary Clinton e del ministro degli Esteri egiziano Mohamed Kamel Amr e i tentativi di accordo, la tregua raggiunta ieri sembra già scricchiolare. Resiste la cieca strategia del terrore e quella di difesa, che come sempre miete vittime tra i civili e mina la vita quotidiana delle persone. Un collegamento telefonico così, credo che lo ricorderò a lungo (Valeria Manieri).

Puntata 2 – Nella puntata numero due il nostro viaggio prosegue con Federico Petroni, appassionato di politica estera e di difesa oltre che buon conoscitore della politica mediorientale; partito a Washington nel 2011 per una ricerca sulla sua tesi. Partendo dallo scandalo esploso sul generale Petraeus riflettiamo con lui sulla politica estera americana. Obama sin dall’inizio del suo precedente mandato aveva ridefinito l’approccio americano alla politica estera, cercando di rispondere alla grande domanda “di cosa si devono occupare gli Stati Uniti nel mondo?” Secondo la dottrina Obama gli Stati Uniti possono intervenire se vi è una presenza diretta e immediata agli interessi vitali degli Stati Uniti o al loro territorio.

Il suo approccio si è molto allontanato da quello dei suoi predecessori, convinti che la soluzione più giusta fosse esportare la democrazia. La conseguente guerra al terrorismo, intrapresa da chi lo aveva preceduto, aveva determinato un’impennata della spesa militare americana. Anche su questo punta Obama cambia rotta: il suo piano è spendere entro il 2018 il 3,7 per cento del Pil (percentuale più bassa dal secondo dopoguerra in poi), raggiungendo completamente il suo obiettivo di creare un sistema di difesa smart.

È comunque proprio in queste ore, dati gli avvenimenti a Gaza, che Obama sta cercando di ridefinire la sua posizione sulla politica estera: non si assumerà anche questa volta la responsabilità di mantenere l’ordine. Da un lato sta quindi sostenendo il diritto di Israele all’autodifesa contro i razzi di Hamas ma dall’altro sta esortando i vari attori internazionali ad assumersi la loro responsabilità su quanto accaduto a Gaza, inserendosi nella crisi per arrivare a un cessate il fuoco.

È del tutto evidente che il ruolo internazionale americano si riflette su quello europeo. Ormai da tempo consapevoli del loro problema di ‘imperial overstreach’ e della conseguente impossibilità di controllare più di un campo di battaglia, gli Usa sembrano obbligati a disciplinarsi sempre più, individuando le giuste priorità e capendo pertanto quali cose siano prioritarie e non solamente urgenti. L’Europa dovrebbe prendersi cura da sola della sua sicurezza: è evidente che non possiamo più essere solamente dei security consumer lasciando agli Usa il difficile compito di essere dei security producer. La ricerca di una superpotenza come soluzione ad ogni problema è ormai anacronistica e non necessaria in questo New World Order.

Puntata 1 Nella puntata numero 1 inizia il viaggio. Come non partire da New York passando per Boston, all’indomani del voto americano? In studio insieme a Valeria Manieri, Francesca Giuliani in collegamento da New York, freelance e collaboratrice di The Post Internazionale, e Gianmaria Volpicelli appena rientrato da Boston, dal quartier generale dei Repubblicani, anche lui collaboratore di The Post Internazionale, sezione Usa. Da qui è iniziato il nostro lungo e intrigante giro.

Discutendo dell’esito e del clima di queste elezioni, la sensazione è una: a confrontarsi non sono stati semplicemente due partiti e due candidati, ma due diverse visioni dell’America. Come ci hanno raccontato Francesca e Gianmaria, a dispetto di un elevato tasso di astensionismo, tipico delle elezioni americane, molte sono state le minoranze accorse in massa a registrarsi per poter sostenere Obama nonostante tutto, gli ispanici, i più giovani, le ragazze, le donne celibi, gli afroamericani e i gay.

“Nonostante tutto”, perché la maggioranza degli americani ha continuato a credere a una politica che ha chiesto loro grandi sacrifici, in nome di obiettivi che, seppur non ancora visibili, sono stati percepiti come accettabili. Proprio mentre venivano date per disilluse e disperse sono così riemerse improvvisamente le constituency del 2008. Eppure, dopo una vittoria che è filata piú liscia del previsto, Obama deve ricalarsi subito nella realtà: il deficit di bilancio, la riforma fiscale, la questione dell’immigrazione.

Tra una camera e senato divisi rispettivamente tra repubblicani e democratici e le prossime scadenze economico-fiscali che vengono ricordate anche da Bernanke, Obama può però certamente incassare alcune conquiste sociali e civili che qualche tempo fa non sarebbero state affatto scontate. L’election day ha infatti permesso ad alcuni stati americani di compiere qualche passo in avanti: il Maine, Maryland e Washington D.C., dicono sì alle nozze gay ; il Colorado e Washington approvano la Marjuana a uso ricreativo e la Florida respinge la richiesta di annullamento dei finanziamenti pubblici per l’interruzione delle gravidanze.

Difficilmente possiamo ricordare un Presidente che con un tasso di disoccupazione così elevato e con una congiuntura economica così nefasta sia riuscito a farsi accordare i cosiddetti “four more years” per portare a termine i suoi obiettivi (sono in molti a citare il solo precedente di Roosevelt). Nonostante questo lo attendono al varco sfide complesse: Obama dovrà sfondare con una strategia che unisca equità e rigore.

Puntata 0 – Nella puntata numero zero, Valeria Manieri e Giulio Gambino hanno descritto quello che sarà il progetto radiofonico, quali potranno essere i suoi sviluppi e quale l’interazione con il mondo dell’online.

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* Laureata in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli nel 2012, si è laureata con una tesi sulla politica estera Europea, il Seae e la sua efficacia a partire dal caso libico. Le ricerche tesi sono state finanziate dal programma Luiss e da Eni S.p.a.