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La bolla universitaria americana
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La bolla universitaria americana

Negli Stati Uniti andare al college non garantisce più un lavoro ben pagato. Anzi, a causa dei debiti studenteschi può diventare un rischio

08 Gen. 2013

“Mi sono laureato in interior design nel 2011, all’Art Institute of California di San Francisco. La laurea costava più di 100 mila dollari. Ne ho spesi ‘solo’ 80 mila perché ho ottenuto la convalida di alcuni corsi, frequentati in precedenza a U.C. Davis”. Parla con un tono di voce pacato, ma ha l’aria un po’ delusa il giovane americano Greg Jung: i suoi studi sono costati troppo in proporzione a quel che ha ottenuto. “Non sto facendo altro che un lavoro di commercio al dettaglio ben pagato. L’avrei trovato con facilità anche senza un’istruzione superiore – racconta – Forse non avrei lavorato nel campo del design ma almeno mi sarei risparmiato il debito studentesco. Finirò di pagarlo tra dieci anni”.

La sua è una storia più comune di quel che si possa pensare. E conferma quanto sostenuto nel libro di Glenn Reynolds, The Higher Education Bubble. L’autore, professore all’università del Tennessee e firma di Wall Street Journal, Forbes e The New York Times, da tempo avverte gli americani: una bolla universitaria è pronta a esplodere sulle loro teste. La tesi del libro è semplice. Negli Stati Uniti si è a lungo creduto che, a prescindere dai costi, una laurea fosse il lasciapassare necessario per costruire la propria fortuna. Ma oggi è ancora così? Il professore sostiene di no, soprattutto se si parla di lauree in settori come scienze delle religioni o ‘women studies’. In quei casi i laureati di rado trovano un impiego retribuito abbastanza da permettere di estinguere il debito studentesco in un tempo ragionevole. Queste persone sono come i mutuatari subprime, le cui case valgono meno della somma dovuta alla banca. Il parallelo con la bolla immobiliare è chiaro: mentre i costi dell’istruzione continuano a salire, il valore delle lauree non è in crescita. E il debito accumulato dagli studenti, sostiene Reynolds, li incastrerà presto dentro una bolla, proprio com’è accaduto con i mutui. La situazione è peggiorata dall’accesso al credito facile. “I sussidi del governo hanno incoraggiato le università ad alzare ancora di più le rette per catturare tutto il denaro possibile – spiega Reynolds – Questo ha condotto a uno sproporzionato aumento burocratico, a un sovrainvestimento in strutture ricreative di lusso per attirare nuovi iscritti e al fenomeno dell’inflazione dei voti (grade inflation) per catturare e trattenere gli studenti”.

In base ai dati forniti dal Bureau of Labour, dal 1983 il costo medio per studente di un college è cresciuto di tre volte il tasso d’inflazione. Le rette universitarie sono aumentate dal 23 per cento dei rendimenti medi annui nel 2001 al 38 per cento nel 2010. E, secondo il gruppo no-profit Project on Student Debt, chi si è laureato nel 2011 ha maturato un debito medio di 26 mila dollari. A fronte dei costi crescenti, la qualità dei laureati è in calo. Un’indagine federale ha dimostrato che, tra il 1992 e il 2003, l’alfabetizzazione di chi ha un’istruzione universitaria è diminuita. E gli studenti dedicano sempre meno tempo allo studio e sempre di più allo svago. Eppure tutto questo non ha avuto un impatto negativo sui risultati universitari: la media dei voti è cresciuta dal 2,52 degli anni Cinquanta al 3,11 del 2006. È il fenomeno del ‘grade inflation’, cioè la tendenza a dare punteggi più alti rispetto al passato per performance dal valore equivalente.

Nonostante i dati poco confortanti, nelle classifiche mondiali più della metà delle 100 migliori università e otto tra le prime dieci sono americane. “Ovviamente oggi una laurea non è sufficiente a trovare un buon lavoro – dice Noah Thomas, laureato in chimica e teologia al Wheaton college, in Illinois – Tuttavia, acquisire un po’ d’esperienza, fare stage e crearsi una rete di contatti sono passaggi che aiutano. E, nella maggior parte dei casi, queste opportunità sono accessibili solo a chi ha conseguito una laurea con ottimi voti”.

L’uno insoddisfatto, l’altro più positivo, Greg e Noah sono d’accordo su un punto: medicina, matematica e in generale le materie scientifiche sono campi che continuano a rendere. Non a caso le università americane puntano molto su questi settori. “Con una laurea in musica, inglese, filosofia o arte è difficile trovare un lavoro ben pagato. O, quantomeno, è improbabile ricevere un salario sufficiente a saldare un debito di 100 mila dollari entro un periodo ragionevole”, spiegano i due.

Come porre rimedio a una possibile bolla universitaria? “L’istruzione è l’industria della conoscenza – riprende Reynolds – La tecnologia, in questo genere di industrie, riduce drasticamente i costi. Mi aspetto che ciò accada anche nel campo dell’istruzione, se lo consentiranno”. La nuova frontiera dell’insegnamento è quindi l’utilizzo di Internet, attraverso la combinazione di online learning e Moocs (massive open online courses).

Inoltre il professore ritiene che esista un altro modo per far fronte alla situazione: riscoprire i cosiddetti mestieri specializzati. “Penso che l’istruzione americana sottovaluti i corsi professionali”, afferma. Scegliendo di lavorare dopo il diploma, gli americani risparmierebbero il denaro del college. E guadagnerebbero subito, senza alcun debito sulle spalle. “Se il mondo non ha bisogno d’avvocati, ma d’idraulici ed elettricisti, è meglio non trascurare quelle possibilità”, sentenzia. Soprattutto per evitare che la situazione degeneri com’è accaduto con Occupy Wall Street. “Esiste una relazione tra il movimento e la bolla universitaria – dice Reynolds – Il malcontento di molti manifestanti è legato all’aver investito larghe somme di denaro in lauree che non hanno permesso loro di vivere bene. Penso che abbiano ragione a essere arrabbiati: sono scottati dal debito e pieni di risentimento”.

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