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La Kabul che conoscevo

La scrittrice Noorjahan Akbar racconta la voglia di emancipazione e di educazione delle giovani afgane attraverso i ricordi della Kabul di un tempo

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La Kabul che conoscevo

“In questa battaglia universale tra ingiustizia e uguaglianza, l’uguaglianza è destinata a vincere, anche se a volte non sembra. Un uccello non può essere imprigionato per sempre”.

Nel 2001, dopo quasi cinque anni di immigrazione in Pakistan, la mia famiglia è tornata in una Kabul distrutta. Ci siamo sistemati in una casa in affitto a Qalaye Fatullah. Oltre ai vaghi ricordi di infanzia, conoscevo Kabul attraverso le storie di mia madre: di come lei e mio padre ci avrebbero portato in collina a fare i pic-nic, del verde dell’Università di Kabul e della raffinatezza degli abitanti. “Cinema Pamir è dove tutti vanno a fare shopping. È molto affollato, ma grazie al fiume che lo attraversa e alle colombe che ricoprono il tetto della moschea è bello”, diceva.

La Kabul che incontrai quando avevo dodici anni era completamente diversa da come mi era stata dipinta. Cinema Pamir era deserto e il fiume era asciutto a causa della siccità. Le strade desolate puzzavano di proiettili. Tutto mi spaventava. Potevo leggere la mia paura anche sulle facce delle altre donne. Tutti i giorni si sentivano storie su giovani insegnanti uccise e studentesse sfregiate con l’acido. Anche gli sguardi degli uomini per le strade mi facevano sentire a disagio e fuori luogo.

I racconti delle donne sfigurate con l’acido mi spaventarono particolarmente una mattina, mentre camminavo per iscrivermi alla Zargohna Anaa Girls High School. Con me c’erano centinaia di ragazze. Dentro la scuola ci togliemmo il burqa e ci mettemmo in riga. Una grande ondata di sciarpe bianche e abiti neri si levò in aria e i rumori di risate e libertà mi riempirono le orecchie. Dopo l’assemblea venimmo registrate. Le classi erano piene a causa dell’elevato numero di richieste. Non c’era posto in terza media quindi mi inserirono in seconda, ma non me ne importava molto. Non avevo mai visto una così grande passione per imparare, per interagire con gli altri, nemmeno per mettersi in riga ad ascoltare un preside leggere.

Stavamo in piedi nel grande giardino della scuola anche se sapevamo che all’esterno ci attendevano minacce e sguardi ostili. Tante delle ragazze non erano mai state a scuola prima. Molte di loro lasciarono gli studi dopo essere state imprigionate dai talebani, senza la possibilità di lasciare il Paese, e molte erano tornate per cercare la pace in un posto dove non fossero insultate o usate perché rifugiate o immigrate illegali. Molte delle nostre madri avevano venduto i gioielli del matrimonio per comprare le uniformi scolastiche. Molti dei nostri padri ci accompagnavano a scuola per essere sicuri che arrivassimo sane e salve. Molti dei nostri genitori abbandonarono la loro famiglia, le loro vite e le loro case per andare in un Paese dove potessimo frequentare la scuola durante il periodo talebano. Molte di noi dovevano indossare il burqa prima di fare un passo fuori dall’edificio e rimetterlo il giorno dopo per tornare. Avremmo passato i giorni seguenti con la paura che qualcuno potesse attaccarci durante il tragitto, ma quando eravamo tutte insieme niente ci spaventava.

L’odore dei proiettili, i mostri della povertà, il fardello dei burqa blu e la paura che qualcuno potesse gettarci dell’acido in faccia sembravano nulla in confronto alla marea di ragazze che parlavano, ridevano e imparavano. Eravamo diverse, di varie etnie, tornate da Paesi differenti, alcune non avevano mai lasciato l’Afghanistan, parlavamo svariate lingue ma eravamo tutte assetate di libertà. Restammo lì, unite, forti e insolenti come i raggi del sole che convergono in un solo punto, tenendoci le mani, sorridendoci l’una con l’altra con solidarietà e coraggio.

Oggi, quasi undici anni dopo, mi sono ritrovata a guardare la foto di alcune bambine che camminano verso una scuola in Afghanistan e mi domandavo se continueranno ad avere questa libertà. La storia contemporanea del mio Paese mi dice che il posto che io chiamo casa è instabile. Oggi, ho paura di quello che potrebbe succedere. Anche se gli edifici di Kabul sono stati ricostruiti e le ragazze continuano ad andare a scuola in molte parti della nazione, sono preoccupata che tutto possa finire, che non rivivrò mai più le sensazioni che ho provato la prima volta che sono andata a scuola nel mio Paese, nella mia città, dove sono nata.

“Il coraggio non è assenza di paura”. Ho provato a cercare quel coraggio e l’ho trovato nelle bambine della foto che camminano verso la scuola. Ho sentito la loro forza e vissuto la loro passione per la conoscenza. E i cambiamenti politici, non importa quanto drastici, non potranno togliere dai nostri cuori il coraggio, la passione e la resistenza. Anche se le bombe e gli attacchi suicidi fanno più rumore della nostra lotta e hanno più spazio nelle notizie delle nostre urla, so che loro scompariranno mentre la nostra voce si sentirà ancora nell’eco delle nostre montagne, nella poesia dei nostri nipoti e nel sangue di ogni persona oppressa, prima e dopo di noi. Le catene alle nostre caviglie non devono essere un limite per le nostre menti e i nostri sogni. Questo non significa sminuire le minacce che abbiamo di fronte, ma celebrare la nostra resistenza come donne che cresceranno i loro figli con lo stesso spirito con cui sono cresciute, e che continueranno la lotta. In questa battaglia universale tra ingiustizia e uguaglianza, l’uguaglianza è destinata a vincere, anche se a volte non sembra. Un uccello non può essere imprigionato per sempre.

“Chiudete a chiave le vostre biblioteche, se volete; ma non c’è cancello, né serratura, né chiavistello che possiate mettere alla libertà del mio pensiero”. Virginia Woolf

Dal blog di Noorjahan Akbar per The Post Internazionale
Traduzione di Samuele Maffizzoli