Me

14N. Sciopero generale in Spagna

Secondo i sindacati ha riunito più di 9 milioni di lavoratori. Un chiaro segnale nei confronti del governo spagnolo, ma anche per l'Unione Europea

Immagine di copertina

Sciopero generale in Spagna

Rognoni, pancetta e ali di pollo. Alle 10 di mattina, attorno a un barbecue improvvisato, una ventina di operai fanno colazione davanti ai cancelli chiusi di una delle aziende di raccolta dei rifiuti di Barcellona. Intorno, nella zona industriale della capitale catalana, le strade che generalmente a quell’ora brulicano di attività sono deserte e silenziose. José Sayavera fa il punto della situazione con gli altri colleghi: “Abbiamo montato il picchetto a mezzanotte e fino a ora i dati della partecipazione sono promettenti”.

9.185.383. Secondo le organizzazioni sindacali, tanti sono stati alla fine della giornata i lavoratori spagnoli che ieri hanno aderito allo sciopero generale del Paese iberico, l’ottavo dal ritorno della democrazia e già il secondo nell’ultimo anno. Una giornata di mobilitazione convocata dalla Confederazione Europea dei Sindacati in 23 Paesi – tra cui l’Italia, il Portogallo e la Grecia – per protestare contro le politiche di austerità imposte da Bruxelles e applicate con zelo soprattutto dai governi degli Stati membri del sud del Vecchio Continente.

“Siamo profondamente grati ai lavoratori che hanno partecipato allo sciopero, in una situazione così difficile, con quasi 6 milioni di disoccupati. Esigiamo un cambio deciso delle politiche del governo, che altrimenti ci condanneranno al precipizio”. Così Cándido Méndez, segretario generale del sindacato Ugt, commentava la giornata di mobilitazione. In effetti, la partecipazione notevole – circa il 76 per cento dei lavoratori – aveva un obiettivo chiaro: il rifiuto netto della politica economica del governo di Mariano Rajoy e dei suoi tagli al welfare. Dal canto suo, il governo, per bocca del ministro dell’Economia Luis de Guindos, affermava che le politiche di austerità attuate in questo primo anno di mandato “sono l’unica alternativa possibile”. Una posizione appoggiata anche dal commissiaro europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, che ieri, proprio durante lo sciopero, assicurava che “la Spagna ha adottato misure efficaci per recuperare la sostenibilità delle finanze pubbliche”. Una dichiarazione che rappresentava una boccata d’ossigeno per il governo del Pp.

La posizione ufficiale dell’esecutivo, tuttavia, contrastava con lo scenario che si presentava fin dal mattino nelle più importanti città spagnole. I principali servizi pubblici –scuole, ospedali e trasporti – funzionavano solo nelle ore di servizio minimo garantito. I lavoratori dell’industria, settore in cui si è registrata un’adesione del 95 per cento, secondo i sindacati, presidiavano i cancelli delle fabbriche con picchetti informativi. Mercabarna, l’enorme mercato all’ingrosso che rifornisce Barcellona, era desolatamente vuoto. La domanda di energia elettrica, indicatore della paralisi delle attività produttive, scendeva del 13 per cento in tutto il Paese. Perfino molti commercianti, colpiti dalla caduta dei consumi e dal recente aumento dell’Iva, decidevano di abbassare le serrande, mentre le porte dei grandi centri commerciali erano protette da pattuglie della polizia.

L’indignazione dei vari collettivi trovava infine eco nelle molte manifestazioni di protesta organizzate nel pomeriggio. Decine di migliaia di persone riempivano le strade di Madrid, Barcellona, Valencia, al grido di “Questa non è una crisi. Questa è una truffa”. Studenti, lavoratori, famiglie e membri della società civile marciavano uniti per chiedere un cambio di rotta a un Paese colpito da ormai 5 anni di pesante crisi economica. Il malcontento e la frustrazione erano evidenti in una situazione che non dà segnali di miglioramento. Preso di mira non solo Rajoy ma anche – e forse per la prima volta – gli organismi europei, in un Paese in cui l’Unione Europea ha sempre rappresentato un cardine e un modello politico.

La giornata si concludeva con alcuni scontri isolati a Madrid, nei dintorni del Parlamento, e a Barcellona, repressi violentemente dalla polizia. Il saldo finale è stato di 155 arresti e 77 feriti. I casi più gravi si sono registrati a Tarragona, dove un ragazzino di 13 anni ha ricevuto una manganellata in testa, e a Barcellona, dove una donna è stata colpita da una pallottola di gomma nell’occhio. Tuttavia l’esito dello sciopero e delle manifestazioni lascia pensare che, davanti all’impassibilità del governo, altre mobilitazioni si succederanno nei prossimi mesi.

I sindacati hanno annunciato che se il governo non rettificherà i piani economici, le proteste in piazza aumenteranno a oltranza. Una strategia che ha già ottenuto i suoi frutti nella battaglia per una moratoria degli sfratti coatti. Dopo il suicidio nei Paesi Baschi di una donna obbligata a lasciare la propria abitazione – il terzo caso in poche settimane – ieri governo e opposizione hanno approvato d’urgenza una legge che ne restringe l’applicazione. “Sai”, concludeva Sayavera, seduto sul marciapiede davanti alla fabbrica dove lavora, “una giornata senza stipendio è dura. Ma una vita senza diritti non è vita”.