Me

L’Argentina delle ‘cacerolas’

La 'Buenos Aires bene' scende in piazza contro la presidenta Kirchner. In nome della libertà. "Non vogliamo uno Stato comunista come in Venezuela"

Immagine di copertina

L’Argentina delle cacerolas

Le pentole, o ‘cacerolas’, sono protagoniste della politica argentina da sempre. Erano pesanti e d’acciaio, quelle che usarono gli abitanti di Buenos Aires per scacciare gli invasori inglesi, lanciando grandi getti d’acqua bollente dalle finestre nel 1806. E nel 2001, durante le manifestazioni popolari che provocarono la caduta del governo di Fernando De la Rua, erano migliaia di povere pentole d’alluminio battute con cucchiai di legno a simboleggiare la fame del popolo dopo vent’anni di debito pubblico incontrollato e corruzione. Con gli anni la pratica ha assunto un simbolismo proprio, a tal punto che il nome ‘cacerola’, nel gergo politico argentino si è trasformato in verbo: ‘cacerolear’, battere le pentole in strada come forma di protesta.

Giovedì scorso le stoviglie sono tornate in piazza. Sotto migliaia di bandiere bianco azzurre, hanno suonato per ore, in una torrida serata nella capitale argentina. Ma questa volta a brandirle non erano né gli abitanti dei quartieri popolari, né i poveri delle immense bidonville della periferia. La ‘Buenos Aires bene’, quella della classe media e dei settori più agiati del Paese, ha riempito le ampie vie della città per manifestare il proprio scontento verso l’operato del governo di Cristina Fernández de Kirchner. “Non voglio vivere in uno Stato comunista come Cuba o Venezuela”, diceva con enfasi una delle poche signore disposte a parlare coi media. “In questo Paese con i soldi delle tasse si mantengono criminali e nullafacenti d’ogni tipo, mentre la gente perbene sgobba e soffre tutti i giorni. Siamo stanchi, e diciamo basta”.

Si sono dati appuntamento sotto l’Obelisco, centro nevralgico della città, attraverso i social network. Erano circa mezzo milione e senza bandiere di partito. “No a una argenzuela-sovietoide”, era lo slogan di uno dei cartelli che capeggiavano alla testa del corteo. Denunciano la corruzione, l’insicurezza, l’arroganza della presidenta. Secondo loro Cristina Fernández, dopo esser stata eletta l’anno scorso con uno dei migliori risultati elettorali dal ritorno della democrazia nel 1983, ha trasformato l’Argentina in una dittatura.

Negli ultimi mesi il dibattito politico si è acceso fino ad arrivare a toni durissimi. Tra gli argomenti più incandescenti l’inflazione, che secondo l’Istituto nazionale di statistica, Indec, non supera la soglia del 10 per cento, mentre per gli organismi internazionali e privati si trova già ben oltre il 20. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha già minacciato sanzioni e addirittura l’espulsione per l’Argentina se non si adegua agli indici internazionali di valutazione dell’inflazione entro il 17 di dicembre. Così, mentre nel 2001 le pentole battevano contro l’austerity imposta dal Fmi a un popolo già stremato, oggi gli ‘indignadosargentini trovano nelle parole del suo massimo portavoce nuove forze per attaccare.

La presidente è accusata dai manifestanti di voler riformare la costituzione per cercare un terzo mandato nel 2015, sulla falsa riga di altri presidenti latinoamericani, come il venezuelano Hugo Chávez. All’inizio della marcia verso la Casa Rosada, sede del governo, alcuni giovani hanno cominciato a srotolare una bandiera nazionale lunga 50 metri e larga quattro. “Rispetto per la Costituzione. No alla ri-ri-elezione”, era la frase che si poteva leggere dall’alto. Bugiarda, ladra, inetta, tiranna, sono solo alcuni degli epiteti che ripetevano in coro i manifestanti. Il ripudio al governo si è riacceso dopo le ultime misure di restrizione per l’acquisto di moneta straniera, specialmente dollari.

Secondo le nuove norme, i cittadini potranno comprare solo la quantità di dollari stabiliti dal fisco in base alla dichiarazione patrimoniale di ciascuno, cercando di diminuire quella che chiamano la ‘dollarizzazione dell’economia’, un fenomeno che potrebbe essere controproducente per un Paese che dipende dalle esportazioni di materie prime. Ma “non è per i dollari, è per la libertà”, assicurano dal serpentone bianco celeste che sfila nella mitica Plaza de Mayo, dove le madri dei 30 mila desaparecidos durante la dittatura militare sfidarono con coraggio il governo militare degli anni Settanta. Nessun partito tuttavia è riuscito a canalizzare quest’opposizione feroce al centro-sinistra della Fernandez. Così, uno dei fattori politici più rilevanti degli ultimi anni, rischia di rimanere isolato. Con le sue costosissime pentole in prima pagina su tutti i giornali, ma senza una rappresentanza né in Parlamento né, per ora, alle urne.