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La Guerra Santa delle Femen

Le attiviste ucraine hanno distrutto un monumento religioso a Kiev. Così ora dichiarano guerra alla Chiesa ortodossa

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La Guerra Santa delle Femen

Venerdì scorso, in seguito alla condanna delle cantanti russe Pussy Riot per odio religioso, a Kiev le attiviste in topless di Femen hanno dichiarato l’apertura di una Guerra Santa contro la religione- simbolo dell’oppressione antidemocratica e maschilista in Europa dell’est e nel resto del mondo. La dichiarazione di guerra è stata piuttosto esplicita. Inna Shevchenko, la più bellicosa delle femministe ucraine, seni nudi e sega elettrica in mano, ha abbattuto una croce monumentale eretta al centro di Kiev, in Piazza Indipendenza, a memoria delle vittime dell’ateismo di stato stalinista.

Scontata la reazione delle autorità: Inna è ufficialmente incriminata per vandalismo, e la sede del movimento a Kiev è stata cinta d’assedio dalle forze speciali della polizia ucraina. Tutto lascia presagire che questa volta le amazzoni non se la caveranno con una multa e qualche strattone. L’assalto alla croce di Kiev promette di essere un punto di svolta nella storia del gruppo. Ma oltre a chiedersi quali saranno le conseguenze del gesto, è interessante comprendere come e perché le Femen ci siano arrivate. Per le soldatesse di Anna Hutsol – fondatrice del movimento e, curiosamente, l’unica Femen a non aver mai ostentato i seni – la religione ortodossa è il simbolo di molteplici storture.

L’argomento più classico è di tipo culturale: l’ortodossia è considerata una dottrina maschilista e oppressiva; sul fronte politico, invece, le attiviste accusano il Patriarca di Mosca Kirill I Gundyayev di essere complice dell’odiato Vladimir Putin. Negli slogan di Femen sono infatti frequentissimi gli insulti al “regime Putin-Gundyayev”. Il problema è che davanti a un crocifisso fatto a pezzi non c’è spazio per le sottigliezze. Inna ha imbracciato la sega per protestare contro una sentenza chiesta a gran voce dalla Chiesa ortodossa, ma per molti ucraini si è trattato solo di un’azione blasfema, ancora più odiosa per il valore commemorativo del monumento. Non sorprende che le reazioni, anche fra i simpatizzanti delle Femen, siano state di sdegno, e che le accuse di stalinismo siano fioccate sulle pagine Facebook di Inna e compagne.

La domanda, a questo punto, è quanto le Femen siano davvero interessate a guadagnarsi il favore della popolazione ucraina. Anche se l’idea iniziale della Hustol era quella di portare Femen in Parlamento, la strategia ha via via assunto un respiro più ampio. Il movimento agisce ormai su scala mondiale: le ragazze di Kiev hanno manifestato, ad esempio, in Italia, in Giappone e in Bielorussia. Le sezioni Femen France e Femen Brazil, tenute a battesimo dalle Femen originali, sono realtà consolidate da mesi. È chiaro che un allargamento degli orizzonti geografici implichi l’ampliamento del ventaglio di temi che Femen riconosce come propri. La lotta alla religione maschilista – che in Ucraina è la chiesa ortodossa, ma che in un recente assalto di Femen alle Olimpiadi di Londra è stata identificata nella shari’a che impone il velo alle atlete- è la battaglia globale per eccellenza.

L’ambizione di guidare il femminismo mondiale ha anche un’altra implicazione: e cioè che i seni non bastino più. A quattro anni dalla loro nascita, la trovata delle Femen è andata perdendo l’efficacia iniziale. Il copione delle bionde che arrivano, si spogliano e vengono trascinate via scalcianti è ormai logoro per la sua ritualità. Alle Femen non dev’essere sfuggito che le Pussy Riot, che invece di svestirsi si imbacuccavano, sono assurte a icone femministe molto più di quanto le ucraine non siano riuscite dopo centinaia di manifestazioni con i seni all’aria. Così si spiega l’escalation dal topless alla sega elettrica: se le Femen vogliono rimanere sulla cresta dell’onda, devono combattere battaglie sempre più audaci con azioni sempre più eclatanti.

La questione è capire fino a dove può alzarsi l’asticella, e quali rischi le attiviste sono disposte a prendere. Inna Shevchenko rischia quattro anni di galera, ma sono poca cosa in confronto ai pericoli che le Femen potrebbero tirarsi addosso se proseguissero la loro Guerra Santa dissacrando altri simboli religiosi. Muoversi su questo terreno equivale a scherzare col fuoco – soprattutto se il movimento decidesse di allargare la battaglia oltre i confini del cristianesimo, magari prendendo (letteralmente) di petto il mondo islamico.

C’è un altro aspetto dell’attacco alla croce di Kiev che vale la pena di sottolineare: quand’anche le Femen fossero arrestate e incarcerate, non si potrà mai parlare di un nuovo caso Pussy Riot. Le russe sono state condannate per aver parlato. In una cattedrale, d’accordo, e in maniera blasfema, ma sempre di libertà di parola si tratta. La performance di Inna che, a guisa di boscaiola, sega un monumento, ha ben poco a che fare con le libertà fondamentali: l’accusa di vandalismo, al di là di tutte le nobili motivazioni ideologiche, è pienamente giustificata.