Il carcere negli Stati Uniti non funziona e andrebbe abolito

Il carcere negli Stati Uniti non funziona e andrebbe abolito

È la tesi del giurista americano Peter Salib. Sostiene che le prigioni sono troppo costose e sprecano risorse utilizzabili per misure più efficaci nella lotta alla criminalità

19 Giu. 2017  

Nel film del 2001 Blow, il protagonista interpretato da Johnny Depp sosteneva che la prigione in cui era detenuto fosse una scuola di crimine. “Entrai con un diploma in mariujiana, ne uscii con un dottorato in cocaina”, racconta nel film.

Un nuovo studio, pubblicato sul Berkeley Journal of Criminal Law, mostra quanto la permanenza dei detenuti in carcere non solo sia un costo per la collettività, ma esponga gli stessi al rischio di incontrare altri criminali e prenderne esempio.

Peter Salib, cancelliere e assistente giudiziario presso la corte d’appello federale di Chicago e autore della ricerca, sostiene che sarebbe meglio cercare approcci alternativi alla detenzione, per evitare che i detenuti commettano altri crimini una volta usciti di prigione.

Queste pene alternative permetterebbero ai condannati di pagare effettivamente il proprio debito con la società senza obbligare i contribuenti a sostenere il costo della loro reclusione.

Il denaro risparmiato attraverso l’abolizione del carcere potrebbe così essere reimpiegato in misure più efficaci nella lotta alla criminalità, come programmi di assistenza sociale o l’aumento di fondi per le forze di polizia.

Una delle differenza tra il sistema penale americano e quello italiano risiede nell’obiettivo della pena detentiva.

In Italia, la Costituzione prevede, all’art. 27, che la reclusione deve tendere alla rieducazione del condannato. Negli Stati Uniti d’America non esiste una specifica previsione costituzionale riguardo il diritto alla riabilitazione del detenuto.

Al contrario, la logica della guerra al crimine ha acuito l’aspetto punitivo della reclusione come mezzo di deterrenza per prevenire altri crimini.

Secondo Salib, la collettività dovrebbe preoccuparsi dei costi di un tale sistema, la cui poca attenzione ai programmi riabilitativi non diminuisce ma aumenta il rischio che i detenuti tornino a delinquere una volta fuori.

Nel suo studio, il giurista fornisce l’esempio di un ragioniere che, per ripicca, dà fuoco all’ufficio del suo capo. Se fosse in vigore il sistema proposto da Salib, l’uomo non verrebbe arrestato e condannato a 30 anni di carcere come prevede la legge attuale, gravando così sulle tasche dei cittadini e diventando poi incapace, una volta scarcerato, di reinserirsi nella società.

L’ipotetico ragioniere piromane dovrebbe essere obbligato a lavorare per tutta la vita per pagare il suo debito con la collettività, con una multa pari all’80 per cento del suo salario mensile.

“Se sono un membro produttivo della società e finisco in prigione, una parte del prezzo che devo pagare è che non posso più godere dei frutti del mio lavoro. Ma tale spesa viene pagata dai contribuenti”, ha dichiarato Salib.

“Esistono altre opzioni che non impediscono alle persone di lavorare e rimanere membri produttivi della società. Non parlo quindi di uno spreco di risorse, ma piuttosto di un vantaggio per la collettività”.

In Italia, una proposta simile era stata avanzata nel 2015 da Luigi Manconi in un libro edito da Chiarelettere e intitolato Abolire il carcere.

La proposta del senatore del Partito democratico prevede l’abolizione dell’ergastolo, di comminare la pena detentiva come misura estrema, la diversificazione del sistema delle pene e il ricorso alla custodia cautelare solo in casi di reale pericolosità dell’imputato.

Il dato che ha impressionato il senatore e i suoi collaboratori – e che l’ha spinto a proporre un sistema di pene alternativo – riguarda il numero delle persone che, una volta finito di scontare la pena in carcere, dopo poco tempo tornano in prigione. Secondo l’Istat sono quasi il 70 per cento.